Pip: Benvenuti a Blogobucco, dove il calendario botanico conta meno di quanto vorrebbe, e la montagna detta le sue regole senza chiedere permesso.
Mara: Oggi seguiamo Cataldo su tre fronti: la coltivazione del timo e dell’origano, un archivio digitale che si svuota, e un rito antico legato ai fichi secchi. Cominciamo dalle piante aromatiche.
Timo contro origano: la sfida sul campo
Pip: La domanda che apre questo segmento è semplice ma concreta: perché coltivare piante aromatiche in montagna, e quale vale davvero la pena moltiplicare?
Mara: Il contesto è urgente: la sorgente si prosciuga giorno dopo giorno, e la scelta di dividere i cespi di timo in piena fioritura nasce da quella pressione. Il post lo dice chiaramente: “la campagna non aspetta le condizioni ideali.”
Pip: Ovvero: non esiste il momento perfetto, esiste il momento in cui hai ancora l’acqua.
Mara: Esatto. E la scoperta pratica è che il timo si comporta molto diversamente dall’origano: l’apparato radicale è più compatto, le radici si lasciano districare con maggiore precisione, e si ottengono nuove piantine più facilmente.
Pip: Le pecore hanno fatto il resto della valutazione: hanno devastato l’origano nel recinto e ignorato completamente il timo. Una recensione non richiesta, ma abbastanza definitiva.
Mara: Il punto di partenza era una sola pianta madre e poche altre raccolte nei dintorni. Ora ci sono tre varietà pronte, compreso il timo limone, con due fioriture l’anno. Il post “Perché l’origano” spiega il contesto più ampio: l’acqua è riservata agli ortaggi, gli alberi da frutto non ne ricevono, e serviva una pianta capace di resistere alla sete. L’origano è quella pianta da dieci anni, ma il timo sta guadagnando terreno.
Mara: La scelta dell’origano nasce da anni di osservazione sul campo: piante raccolte a diverse altitudini della Valle del Trionto, testate in condizioni diverse, dal sole pieno all’ombra.
Pip: Dalla memoria digitale si capisce che certi archivi vanno svuotati prima che finisca lo spazio.
Quando lo spazio finisce
Pip: Questo segmento riguarda un gesto banale che diventa una piccola perdita: eliminare foto dal cloud quando l’archiviazione è esaurita.
Mara: Il post “Pulizia di drive” lo racconta senza drammi: “Ho appena eliminato quasi tutte le foto, non so dove, nel vecchio computer, o nell’hard disk esterno, ci sono.” Le immagini restano da qualche parte, forse, ma la certezza è andata.
Pip: Quello che rimane nel post sono alcune foto tenute prima di cancellare tutto, una traccia minima lasciata deliberatamente.
Mara: È un archivio che si alleggerisce per necessità, non per scelta. E il gesto di pubblicare quelle ultime immagini prima di eliminarle è già una forma di conservazione, per quanto fragile. Che è esattamente il tema del segmento successivo.
Fichi secchi, croci di canna e riti di marzo
Pip: Qui si entra nel territorio della memoria orale: un detto, un rito, un dolce che quasi nessuno prepara più.
Mara: Il post “Tre fichi secchi” parte da una credenza popolare calabrese: mangiare tre fichi secchi il primo marzo protegge dai serpenti per tutta la stagione. La voce è diretta: “Lo so è una stronzata, a me non mi sono mai piaciute, a farmele mangiare le tre fiche, ci pensava mia madre.”
Pip: La superstizione come alibi materno. Funzionava, comunque.
Mara: Quello che il post recupera è la tecnica delle crucette di Longobucco: fichi essiccati aperti e sovrapposti a croce, ripieni di noci, infilati con canne di bambù appuntite, conservati con zucchero e talvolta miele. Un lavoro che copre mesi, dalla cura della pianta in estate alla composizione in autunno.
Mara: Il nodo centrale è questo: sono prodotti che richiedono tempi lunghi e una campagna vissuta giorno per giorno. Quando quella continuità si spezza, sparisce anche la catena di gesti necessari a farli.
Pip: E il sapore che da bambini si rifiutava diventa, col tempo, la cosa che si rimpiange di più.
Mara: Timo, origano, fichi, foto cancellate: tutto ruota intorno a cosa si riesce a conservare quando le risorse — acqua, spazio, tempo — si assottigliano.
Pip: La prossima volta vedremo se la sorgente regge. E se le crucette tornano.



Lascia un commento