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Testo rimodulato da gemini ai
“Se u munnu vuoi fregar, monacu o vaccaru t’hai a far”

Longobucco.blog:
Il viaggio dei pastori e l’illusione del vecchio proverbio
Dalle nostre parti c’è un antico detto che recita: «Se il mondo vuoi fregare, monaco o vaccaro devi diventare».

Per tanto tempo mi sono chiesto cosa significasse davvero. L’idea popolare era che chi guarda le mucche o sceglie la vita ritirata possa prendersela comoda, lontano dalle grane del mondo. Ma la montagna non fa sconti a nessuno, e bastano pochi minuti d’osservazione per capire quanto la realtà sia diversa.

Qui al confine con la Sila, l’arte della pastorizia è una vera e propria sfida quotidiana contro il tempo e gli elementi. Prendete i miei vicini di terreno, Domenico e

Antonio. Loro non sono vaccari, sono pastori di capre, e la differenza si vede tutta. Se chi guarda i bovini può concedersi ritmi più contemplativi, chi guida un gregge di capre vive in corsa costante: il tempo non basta mai, le faccende si accavallano e la giornata sembra non finire mai.

Oggi per Domenico e Antonio è stato il giorno della grande transumanza verso i pascoli alti. Non si tratta di un semplice spostamento, ma di una vera e propria migrazione eroica verso l’alpeggio, nel cuore del Parco

Nazionale. Salire a quota più alta serve a far pascolare le capre tra le erbe più aromatiche e profumate della montagna, il segreto indispensabile per dare al loro formaggio quel sapore unico e inimitabile.
Ma questa ricerca dell’eccellenza ha un prezzo alto. Vivere la montagna significa fare i conti con la natura selvaggia e i suoi predatori: di recente il lupo ha colpito duro, dimezzando il loro gregge. Sulle vette della Sila le giornate sanno regalare cieli e panorami d’incanto, ma nascondono una severità che richiede coraggio, sacrificio e una devozione assoluta.
Altro che “fregare il mondo”: la vita dei nostri pastori è una lezione continua di resistenza e rispetto per la terra.
le camosciate della matalena .




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